La geopolitica dell’acqua, il caso del Mekong
Il Mekong tra dighe, sicurezza idrica e interessi strategici: la crescente sfida tra Cina e Vietnam
La Cina detiene il primato mondiale per numero di dighe e capacità idroelettrica sviluppando un approccio globale e sistematico per mitigare i rischi climatici attraverso le infrastrutture idriche.
Nello specifico in Cina si contano oltre 94.000 dighe e molte di queste opere infrastrutturali alterano in modo significativo il flusso d'acqua verso i Paesi confinanti.
Le dighe già costruite dalla Cina sul fiume Mekong hanno modificato il regime di flusso del fiume: trattengono l'acqua e ne controllano così il deflusso a valle. Ciò significa che i paesi situati a valle della Cina dipendono, almeno in parte, dalla decisione di quest'ultima per garantire il mantenimento di un regime di flusso adeguato.
La riduzione dei livelli idrici del fiume ha ripercussioni a catena sulle nazioni situate a valle. Nel 2020, le dighe cinesi sull'alto corso del Mekong hanno trattenuto una quantità d'acqua senza precedenti, nonostante la siccità nelle aree a valle. Tale siccità ha causato un calo del livello del fiume ai minimi storici e una significativa riduzione delle popolazioni ittiche.
Il fiume Mekong è lungo quasi 4.900 km, nasce sull'altopiano tibetano e attraversa la provincia cinese dello Yunnan, per poi scorrere nel Sud-est asiatico. La sua importanza è notevole poiché rappresenta molto più di un semplice elemento geografico: è un'autentica ancora di salvezza per oltre 60 milioni di persone in Laos, Cambogia, Thailandia, Vietnam e Myanmar. Le dighe idroelettriche a monte del fiume, costruite dai cinesi per soddisfare le proprie necessità, riducono drasticamente l'apporto di acqua e sedimenti danneggiando così il Delta del Mekong.
Il delta del Mekong definito il "granaio" del Vietnam, collega circa 1,5 milioni di agricoltori ai mercati nazionali e internazionali. La regione del delta produce oltre la metà delle colture di base del Vietnam, circa il 65% della produzione ittica d'allevamento e all'incirca il 70% della frutta del Paese; contribuisce inoltre per circa un terzo al PIL agricolo vietnamita e sostiene una popolazione di circa 20 milioni di persone.
L'influenza del delta del Mekong si estende ben oltre i confini nazionali. Le 25 milioni di tonnellate di riso prodotte annualmente contribuiscono a soddisfare il fabbisogno alimentare globale e permettono al Vietnam di affermarsi come uno dei principali esportatori di riso al mondo, svolgendo un ruolo significativo nella sicurezza alimentare globale.
Per il Vietnam, le pressioni sulla sicurezza idrica del Mekong non provengono soltanto dalla Cina e dalla costruzione delle dighe lungo il corso superiore del fiume. Anche il progetto della Cambogia di costruire un nuovo canale che aggiri la foce del Mekong hanno suscitato timori ad Hanoi riguardo alla portata del fiume e a possibili minacce alla sicurezza, oltre a sollevare il rischio di una riduzione dell'influenza economica del Vietnam sul suo vicino di dimensioni più ridotte.
Inoltre, secondo Eco-Business, principale piattaforma di business intelligence e consulenza dell'area Asia-Pacifico dedicata a promuovere lo sviluppo sostenibile, in uno scenario particolarmente sfavorevole, fino al 90% del delta potrebbe scomparire entro il 2100 a causa di fattori di origine antropica – come l'estrazione di acque sotterranee e la trattenuta dei sedimenti da parte delle dighe – che vanno ad aggravare gli effetti dell'innalzamento del livello del mare.
È innegabile che il controllo dei flussi d’acqua possa diventare una fonte di tensione politica. L'approccio del Vietnam non è riuscito a frenare lo sfruttamento a monte, evidenziando sia le debolezze della governance del fiume Mekong sia la limitata influenza del Paese sui vicini.
Uno scontro con la Cina sulle questioni idriche potrebbe mettere a dura prova le relazioni bilaterali e i legami economici, fondamentali per la stabilità e la crescita del Paese. Il Vietnam adotta invece una strategia di bilanciamento: cerca la cooperazione laddove possibile, mitigando al contempo i potenziali rischi. D’altra parte, Pechino non avrebbe interesse a vincolarsi ad accordi potenzialmente restrittivi, dal momento che la gestione unilaterale delle dighe offre sia benefici in termini di energia idroelettrica sia una possibile leva geopolitica.
Cina e Vietnam condividono un confine di circa 1.300 chilometri. Storicamente, i rapporti tra i due Paesi hanno oscillato tra conflitto e cooperazione, ma negli ultimi anni essi si sono avvicinati, pur rimanendo in disaccordo sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale. Nel 1991 i due Paesi hanno normalizzato le relazioni bilaterali.
Il commercio tra i due Paesi è in forte espansione: Cina e Vietnam sono diventati reciprocamente importanti partner commerciali regionali, dato che il Vietnam funge sia da destinazione di esportazione sempre più rilevante per le merci cinesi, sia da snodo commerciale che collega la più ampia regione Asia-Pacifico.
La Cina ha dichiarato che rafforzerà la cooperazione con il Vietnam in settori quali l'intelligenza artificiale, i semiconduttori e le industrie legate a Internet, mentre Xi Jinping ha assicurato che un maggior numero di prodotti vietnamiti sarà ben accolto sul mercato cinese. Secondo i dati ufficiali, nel primo trimestre del 2026 il deficit commerciale del Vietnam con la Cina ha raggiunto i 33,3 miliardi di dollari, registrando un aumento del 34,4% rispetto all'anno precedente.
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