Sudan, la guerra dei droni: il conflitto alimentato dalle potenze straniere
È in corso quella che le Nazioni Unite definiscono la più grande crisi umanitaria al mondo
Il conflitto ha provocato una grave carestia e accuse di genocidio nella regione occidentale del Darfur, alimentando i timori per la sorte degli abitanti della città di El-Fasher, conquistata dalle RSF, dopo mesi di assedio.
È in atto quella che le Nazioni Unite definiscono la più grande crisi umanitaria al mondo: oltre 150.000 persone sono morte nel conflitto in tutto il Paese e circa 14 milioni di sfollati. Il conflitto ha provocato massicci spostamenti di popolazione, con milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case sia all'interno del Sudan che oltre i confini nazionali, mettendo a dura prova i Paesi vicini e minacciando di destabilizzare ulteriormente il Corno d'Africa.
L'esercito controlla gran parte delle regioni centrali e orientali del Sudan, mentre le Forze di Supporto Rapido hanno il loro quartier generale nella regione occidentale del Darfur e controllano anche alcune aree nel sud del Paese.
Sebbene le radici della guerra civile siano da ricondurre a una lotta di potere interna, a mantenere vivo il conflitto sarebbero soprattutto attori non sudanesi. Le armi acquistate dall'estero e i canali logistici transfrontalieri hanno sostenuto la capacità operativa sul campo sia delle Forze Armate sudanesi che delle Forze di Supporto Rapido. Il coinvolgimento esterno aumenta la capacità militare dei belligeranti, prolungando la guerra e rendendo particolarmente difficile raggiungere un consenso o perseguire una soluzione sostenibile a livello internazionale. Attori regionali e internazionali sostengono fazioni rivali sulla base di complessi interessi geostrategici in un Paese ricco di risorse sul Mar Rosso. Queste alleanze esterne alimentano il conflitto, contribuendo in particolare alla proliferazione delle armi.
Infatti, il flusso di armi verso il Paese non accenna a fermarsi. Amnesty International ha affermato in passato di aver trovato prove dell'utilizzo in Sudan di armi prodotte in Serbia, Russia, Cina, Turchia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Gli EAU, in particolare, sono accusati di essere il principale fornitore di armi e di supporto alle Forze di Supporto Rapido (RSF), che, a loro volta, sono accusate di utilizzare gli Emirati come mercato per il commercio illecito di oro. Entrambe le parti hanno ripetutamente negato queste accuse. L'esercito sudanese ha utilizzato droni turchi e iraniani e riceve sostegno politico e di altro tipo da Egitto, Qatar e Arabia Saudita.
Oggi il ruolo sempre più ricorrente dei droni nei conflitti è diventato centrale nelle strategie di tutte le parti coinvolte, non solo dei militari. Da strumenti utilizzati principalmente per la sorveglianza e l'intelligence, i droni si sono trasformati in elementi importantissimi nel combattimento tattico e strategico.
Secondo quanto riportato nello Yearbook 2005 del SIPRI, l'uso di droni armati è stato confermato in almeno sei conflitti nell'Africa subsahariana, Burkina Faso, Etiopia, Mali, Nigeria, Somalia e Sudan, causando la morte di oltre 940 civili tra novembre 2021 e novembre 2024. L'uso di droni da parte di gruppi armati non statali nella regione starebbe aumentando sia in frequenza che in portata geografica.
Massad Boulos, Consigliere senior del Presidente degli Stati Uniti per gli affari africani, arabi e mediorientali, ha presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta in quattro punti. La proposta si basa direttamente sul quadro di riferimento consolidato stabilito dalla Risoluzione 1591 (2005), il cui mandato attuale scadrà il 12 settembre. Prevede l'estensione all’intero territorio del Sudan dell'embargo sulle armi attualmente in vigore nel Darfur; l'inclusione esplicita di droni, sistemi di droni e tecnologie correlate nell'ambito dell'embargo; l'ampliamento del gruppo di esperti che compone il Panel sulle sanzioni; e l'incarico a tale Panel di rafforzare il coordinamento con i meccanismi analoghi che monitorano altri conflitti regionali.
Russia e Cina sarebbero contrarie alla misura, ritenendo che potrebbe compromettere l'efficacia dell'esercito sudanese. Pechino ha esortato alla cautela, avvertendo che sanzioni più ampie rischierebbero di compromettere la stabilità e la ripresa economica del Paese. Mosca si è spinta oltre, definendo le misure occidentali esistenti come una politica di “strangolamento economico” che finirebbe per penalizzare i cittadini sudanesi comuni anziché i belligeranti. Il governo sudanese si è sostanzialmente allineato con Mosca e Pechino, inquadrando la propria opposizione in termini di sovranità piuttosto che di revoca delle sanzioni.
Si tratta di una situazione ingarbugliata e di difficile soluzione, soprattutto considerando che l'escalation della guerra in Sudan ha aggravato una delle peggiori crisi umanitarie al mondo e ha riacceso i timori di atrocità di massa.
Rosemary Di Carlo, sottosegretario generale per gli affari politici e il consolidamento della pace, rivolgendosi al Consiglio composto da 15 membri ha dichiarato che "brutali uccisioni di massa e atrocità, rapimenti di donne e ragazze e stupri di massa sono schemi ricorrenti", descrivendo un quadro drammatico degli attacchi condotti con droni sia dalle Forze armate sudanesi che dalle Forze di Supporto Rapido. I droni hanno colpito mercati, scuole, stazioni di servizio e infrastrutture idriche. Di Carlo ha aggiunto che le Nazioni Unite hanno documentato la morte di 1.100 civili in attacchi di droni tra gennaio e giugno di quest'anno.
Nel Kordofan settentrionale, gli attacchi con droni persistono mentre entrambe le parti si contendono il controllo di città strategicamente importanti. Gli attacchi con droni nei pressi di Tine, al confine tra Sudan e Ciad, hanno acuito l'insicurezza in un'area in cui l'afflusso di rifugiati ha intensificato la pressione su risorse già scarse.
Nello Stato del Nilo Azzurro, la crescente insicurezza transfrontaliera rischia di inasprire ulteriormente le relazioni tra gli Stati confinanti. Le armi sofisticate utilizzate continuano a indicare un sostegno esterno costante a entrambe le parti.
La situazione appare estremamente complessa e di difficile soluzione. Per porre fine al conflitto, sarebbe auspicabile un approccio internazionale più unitario, in grado di esercitare pressione sui belligeranti affinché accettino un cessate il fuoco. Al contrario, un sostegno internazionale frammentato rischia di incoraggiare entrambe le parti a proseguire i combattimenti.
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