Attualità

PFAS, Bassano chiede risposte: che cosa sappiamo davvero delle nostre acque?

Miteni è solo il capitolo più grande: dalle colline di Molvena a Cassola, scatta la corsa alla trasparenza. La priorità è separare le acque potabili dai siti a rischio

Ci sono storie che non finiscono con una sentenza. Restano nell’ambiente, entrano nelle falde, alimentano domande che attraversano gli anni. La vicenda dei PFAS, gli ormai noti «inquinanti eterni», è una di queste. E se il caso Miteni di Trissino ha rappresentato il capitolo più drammatico della contaminazione nel Vicentino, oggi anche Bassano è chiamata a fare i conti con interrogativi che riguardano da vicino la qualità delle proprie acque.
A riportare il tema al centro del dibattito è stato l’incontro dedicato al libro PFAS. Veneto avvelenato di Gianni Poggi. A dialogare con l’autore è stato Francesco Basso, già ispettore ARPAV ed esperto di siti inquinati, con Luca Mocellin, presidente dell’associazione culturale Focus, nel ruolo di moderatore.
Il dibattito promosso da Focus riporta l'attenzione sulla contaminazione a San Michele: la proposta di monitorare i pozzi privati per tracciare la rete dei veleni. ( Foto Bassanonet.it )
Il dibattito promosso da Focus riporta l'attenzione sulla contaminazione a San Michele: la proposta di monitorare i pozzi privati per tracciare la rete dei veleni. ( Foto Bassanonet.it )

La vicenda giudiziaria della Miteni, con le condanne in primo grado pronunciate nel giugno 2025 dalla Corte d’Assise di Vicenza nei confronti di diversi ex dirigenti, racconta la gravità di una contaminazione che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Ma la domanda emersa durante la serata è un’altra: che cosa sappiamo, oggi, delle acque del Bassanese?
A San Michele il problema è emerso da controlli che hanno rilevato PFAS in un fosso nel quale scaricava una tubazione. Un episodio che, come ha ricordato il consigliere Roberto Campagnolo, ha portato ad avviare il confronto pubblico circa due anni fa. Da allora la questione è diventata quella di comprendere l’origine della contaminazione e la sua eventuale estensione.
«La situazione bassanese è complicata», ha spiegato Campagnolo, invitando a non sovrapporre automaticamente il caso locale a quello della Miteni. A Trissino, ha osservato, esisteva una fonte inquinante individuata; nel nostro territorio il quadro è più articolato e richiede approfondimenti.
Il passato industriale del Bassanese è uno degli elementi da considerare. Campagnolo ha ricordato le numerose cave di basalto che un tempo segnavano la fascia collinare, da Molvena attraverso Cassola fino a Bassano. Alcune sono state recuperate e chiuse con sistemi adeguati; altre aree, invece, sono state utilizzate in passato per depositare materiali di varia natura, talvolta senza le garanzie oggi richieste.
È un’eredità che può porre problemi anche a distanza di decenni.
Il percolato prodotto dai rifiuti può raggiungere il terreno e, in determinate condizioni, le acque sotterranee. Ma individuare l’origine di una contaminazione richiede indagini idrogeologiche e analisi mirate: la presenza di PFAS in un punto non basta, da sola, ad attribuirne la responsabilità a una specifica ex cava o discarica.
Campagnolo ha citato anche l’area della Pascolara, ex cava di basalto utilizzata come discarica, distinguendo le modalità di chiusura del sito da quelle di altre aree vicine. Il punto, ha sottolineato, è capire che cosa possa essere accaduto nel tempo e se esistano collegamenti con le acque monitorate.
«Non c’è una soluzione semplice a questo tema», ha ammesso il consigliere. Le sostanze oggi sono sottoposte a restrizioni sempre più stringenti, ma la loro persistenza nell’ambiente rende difficile cancellare gli effetti delle contaminazioni passate. E il fatto che oggi vengano cercate con maggiore attenzione non significa necessariamente che il problema sia nuovo: significa anche che le analisi consentono di rilevare presenze che in passato potevano sfuggire.
C’è poi una proposta concreta. Campagnolo ha ricordato di aver fatto approvare in Provincia una mozione per favorire le analisi dei pozzi privati, anche quando non obbligatorie per legge. L’idea è offrire un contributo ai cittadini che decidano di sottoporre l’acqua a controllo, a condizione che i risultati vengano trasmessi agli enti pubblici. In questo modo, ha spiegato, sarebbe possibile raccogliere più informazioni e contribuire al monitoraggio complessivo.
È un passaggio importante, perché molte domande riguardano proprio le acque sotterranee e i pozzi privati, sui quali la conoscenza può essere frammentaria. Resta essenziale, naturalmente, distinguere i diversi tipi di acqua e di rilevamento: trovare PFAS in un fosso non equivale a dimostrare che l’acqua potabile dell’acquedotto sia contaminata.
Ed è proprio questa distinzione a rendere necessaria una comunicazione chiara. I cittadini hanno bisogno di conoscere i risultati delle analisi, capire che cosa indicano e sapere quali controlli siano previsti. Senza conclusioni affrettate, ma anche senza lasciare spazio a dubbi che potrebbero essere risolti con informazioni puntuali.
Il caso Miteni insegna quanto possa essere alto il prezzo di una contaminazione ambientale e quanto tempo serva per ricostruirne le conseguenze. Per Bassano la priorità è ora capire, sulla base di dati verificabili, quale sia la situazione locale e quali interventi siano necessari.
Perché la domanda di San Michele è, in fondo, quella di tutto il Bassanese: che cosa c’è nelle nostre acque, e chi ce lo può dire con certezza? La risposta passa dai controlli, ma anche dalla trasparenza delle istituzioni. Sapere non significa alimentare la paura. Significa poterla distinguere dai fatti.

0 commenti

Nessun commento ancora

Sii il primo a intervenire.

Altro di Attualità

Altro di News

Più visti