Toni Capuozzo: un terremoto che fu una piccola guerra
Due appuntamenti, alla Bassanese e al Teatro Montegrappa di Rosà, hanno ripercorso storia e ricordi del drammatico evento del Friuli nel suo cinquantenario
Nella pubblicazione, il giornalista riporta in luce la tragedia impressa nella memoria nazionale del terremoto del 6 maggio 1976 e dialogando con Marco Bernardi, titolare della libreria, ha rievocato non solo il ricordo della catastrofe, ma anche gli aspetti che hanno reso l’esperienza friulana un caso particolare nella storia delle grandi opere di ricostruzione italiane: le risorse messe a disposizione dallo Stato, il loro utilizzo, la capacità delle amministrazioni locali di intervenire direttamente e quella che nel tempo è stata definita, non senza qualche semplificazione, la “lezione” o il “modello Friuli”.
La documentazione istituzionale conferma l’ampiezza degli stanziamenti, ma Capuozzo ha parlato soprattutto di ciò che le cifre non possono raccontare, sottolineando l’aspetto umano, il trauma delle perdite di famigliari e conoscenti e quelle materiali causate dal terremoto, la scoperta di cicatrici indelebili nell’animo delle persone: fu per la sua generazione una sorta di “piccola guerra”, il cui fronte ha segnato una frattura fra un prima e un dopo.
Interi piccoli paesi distrutti, l’evento naturale costrinse le persone a stabilire che cosa fosse davvero importante conservare e da dove ricominciare, “prima le case delle chiese” fu un’affermazione del tutto cristiana che molti ricordano.
Dentro il racconto, c’è anche il giovane Capuozzo, giornalista che arrivò in Friuli per raccontare una grande tragedia e che proprio in quei giorni scoprì, come ha avuto modo di dichiarare più volte, di amare profondamente quel territorio.
Una delle immagini più toccanti emerse durante l'incontro ha riguardato proprio il modo in cui la tragedia viene sentita e vissuta nelle diverse età della vita: per un bambino il terremoto è certamente una ferita, ma davanti gli rimane una vita intera, il mondo può ancora essere ricostruito, modificato, sostituito; per un anziano, il crollo della casa significa spesso il crollo di un mondo costruito lentamente, fatto di oggetti, abitudini, relazioni, memorie, e insieme alla perdita arriva la consapevolezza di non avere più, fisicamente e psicologicamente, lo stesso tempo e le stesse energie per ricominciare. È forse questa una delle ragioni per cui, nel racconto di Capuozzo, il tema della ricostruzione non coincide semplicemente con il rifacimento degli edifici.
In questo senso, particolare rilievo ha avuto il ricordo degli Alpini, presenti fin dalle prime ore nelle zone colpite e poi impegnati anche nelle fasi successive, uomini arrivati per scavare fra le macerie e prestare soccorso, e accanto, una presenza capace di integrarsi subito nelle comunità e di contribuire alla loro lenta rinascita. Il cinquantenario sta riportando in primo piano questa dimensione: il documentario Mandi Fradis, di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, proiettato in prima nazionale nella sala di Rosà, al quale è legato l'appuntamento in Libreria, raccoglie tante testimonianze di civili, volontari, soccorritori e Alpini e mette al centro la solidarietà e i gesti umani che accompagnarono i soccorsi.
Nella conversazione con Bernardi è emerso anche il confronto con il Vajont, due tragedie diverse, per origine e responsabilità, entrambe diventate parte della memoria del Nordest, soprattutto due vicende nelle quali la parola “ricostruzione” assume significati molto differenti. In Friuli furono decisive l’autonomia delle amministrazioni locali, la partecipazione delle comunità e la scelta di ricostruire nei luoghi originari: un’impostazione che gli studi hanno individuato come uno degli elementi caratterizzanti quell’esperienza.
La settimana culturale della Libreria La Bassanese proseguirà venerdì 9 ottobre con un nuovo appuntamento della rassegna AperiLibro con al centro il Friuli: protagonista sarà la scrittrice Giulia Dal Mas, che presenterà Il canto delle filatrici, (TRE60), saga familiare ambientata in questa regione negli anni Venti. A dialogare con lei sarà la giornalista Angelica Montagna.
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