Marostica
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Silvia PizzatoSilvia Pizzato
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Radici

Prigioniero, emigrato e imprenditore. Storia di un bassanese

Giuseppe Bizzotto racconta la prigionia in Germania, gli anni del dopoguerra in Venezuela, il ritorno a casa dove avvia un’attività di successo. In sella agli eventi più importanti del secolo scorso

Pubblicato il 08-03-2011
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In quegli anni del Ventennio, il sabato pomeriggio si andava a fare le esercitazioni militari in Prato Santa Caterina; un Giuseppe adolescente si interrogava sul senso della guerra.
La famiglia con sei figli viveva del lavoro del padre, Giuseppe aveva frequentato il corso di arti e mestieri. In quei tempi in Germania cercavano operai specializzati e il giovane si era presentato alle selezioni a Vicenza con i suoi pezzi da attrezzista; l’ingegnere tedesco aveva esaminato le sue misurazioni, poi un timbro lo aveva dichiarato abile e Giuseppe era partito per Lipsia, dove lavorava in una fabbrica di aerei.
“Il lavoro comprendeva vitto e alloggio, gli operai stranieri erano liberi cittadini ma sotto stretto controllo e la sera c’era il coprifuoco”. Quando un giorno dall’Italia arrivò la cartolina per il militare, Giuseppe dovette rientrare a Vicenza e poi subito a Fiume, nei capisaldi ai confini con la ex Jugoslavia, senza nemmeno poter passare per casa.

“Dopo, è arrivato l’8 settembre 1943”, Giuseppe era allora appena ventenne. A Fiume vennero i tedeschi, che li portarono in un campo di lavoro a Lipsia, poi di lì ad Amburgo. “La notte gli alleati bombardavano i ponti, di giorno noi prigionieri lavoravamo per ripararli. Nel campo c’erano ebrei, russi e polacchi. I francesi erano trattati un po’ meglio”. Giuseppe era un Kriegsgefangenen, un militare internato o prigioniero di guerra; agevolato dalla sua conoscenza del tedesco faceva l’interprete. Poi lo trasferirono a Kaltenkirchen. “Alla liberazione del Duce sul Gran Sasso le misure di restrizione erano diminuite e noi siamo passati da prigionieri a civili. Le condizioni della mamma malata erano peggiorate e mia sorella riuscì a far sì che potessi tornare per una licenza di 15 giorni”.
Il viaggio da Amburgo a Trento attraverso un’Europa in macerie durò diversi giorni, Giuseppe arrivò a Bassano “tre giorni dopo quel 26 settembre ‘44 in cui impiccarono i nostri in Viale dei Martiri”. Sul treno aveva sentito della tragedia e lo assillava il timore che avessero preso il fratello. Arrivato in città, una valigetta in mano e uno spolverino sudicio, le strade erano deserte, intorno un silenzio spettrale.
Prima della guerra, nelle vicinanze del General Giardino c’era un vivace centro di attività, la chiamavano la “corte dei Nardini”: qui il papà aveva uno stallo per i cavalli, ma il locale funzionava anche da magazzino, seccatoio di vinacce e distilleria, e per Giuseppe era una seconda casa. Quel giorno di fine settembre c’era invece un posto di blocco. Al Caffè Nardini c’era sempre la Filomena e quando Giuseppe la vide i due si abbracciarono e piansero.
Per evitare di dover tornare in Germania Giuseppe lavorò per un certo periodo con un maggiore tedesco e questo posto gli permise una volta di salvare un uomo destinato ai campi di lavoro. Quando seppe che lo volevano rimandare in Germania, iniziò per lui un periodo di clandestinità, ospite di una famiglia di Romano. E’ in quei mesi che Giuseppe conosce la sua futura moglie. Anche il fratello era ricercato ed entrambi dovevano guardarsi bene dal tornare a casa.
Solo il giorno in cui bombardarono vicino a casa sua, quella tragica giornata in cui persero la vita sette membri della famiglia di custodi della villa che si trova in zona, Giuseppe venne a vedere la mamma malata. In quello stesso periodo conobbe alcuni partigiani con cui collaborò, ciò che gli valse il riconoscimento di patriota, insieme a quello di combattente e reduce con la croce al merito di guerra.
Quando finalmente la guerra fu terminata, Giuseppe rimise in sesto un camion, un residuato di guerra, e dal ’45 al ’48 con i fratelli lavorò come trasportatore, soprattutto lungo la Valsugana fino a Nove dove trasportava la legna per i forni della ceramica e i riccioli per imballarla.
Alle 6 del mattino di una domenica del 1948 si unì in matrimonio con Elena e per festeggiare la coppia volle fare una gita a Recoaro a bordo di una Balilla.
Nel ’45 il padre di lei, che aveva una attività di produzione della calce, aveva acceso la fornace “ma tutto intorno c’era solo miseria”. Fu così che Giuseppe partì per il Venezuela, dove Elena lo raggiunse alcuni mesi più tardi e dove la coppia visse dal ’48 al ’61. Anche i fratelli lo avevano raggiunto e insieme lavoravano nell’edilizia, attraverso mille difficoltà, inondazioni periodiche e ben tre rivoluzioni.
Al ritorno in Italia, Giuseppe risistemò la vecchia fornace del suocero Bortolo Panizzon e riprese l’attività, che divenne punto di riferimento nel territorio. “All’inizio è stata molto dura, ma in trent’anni di attività ho avuto tante soddisfazioni”.
Nel 2000, dopo tanto lavoro, Giuseppe ha ceduto la fornace “a patto che resti a uso della comunità” al comune di Romano d’Ezzelino che, grazie ad un sapiente lavoro di restauro, ha recuperato l’antico manufatto. Da allora regolarmente vi si tengono mostre molto apprezzate e frequentate dal pubblico in particolare durante il Palio cittadino.

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