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Elvio Rotondo

Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it

Geopolitica

Il Pentagono presenta una nuova richiesta di fondi per la guerra contro l'Iran

La richiesta di nuovi fondi riaccende il dibattito sui costi e sulla legittimità della guerra.

Pubblicato il 27 giu 2026
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La scorsa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un memorandum per porre fine alla guerra e avviare un periodo di negoziati di 60 giorni sul programma nucleare di Teheran e sulla riduzione delle sanzioni.
Il 24 giugno scorso, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso 87,6 miliardi di dollari di spesa supplementare per finanziare la guerra contro l'Iran e una serie di altre voci, tra cui gli aiuti agli agricoltori statunitensi e la risposta all'epidemia di Ebola.
La richiesta di finanziamento per la difesa sarebbe stata avanzata, la scorsa settimana, durante alcune telefonate tra il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg e membri del Congresso, come riportato dal Wall Street Journal.

Un manifestante regge uno striscione contro la guerra con l'Iran durante il discorso di apertura del Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth all'audizione della Commissione per i Servizi Armati del Senato il 30 aprile 2020. (Credito fotograf


Il 28 febbraio, diversi parlamentari avevano espresso preoccupazione per i costi, in particolare per la necessità di ricostituire le scorte di munizioni critiche che potrebbero essere necessarie in altri teatri operativi nel mondo.
Il mese scorso, durante la sua testimonianza al Congresso, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, aveva dichiarato che il costo complessivo della guerra era salito a circa 29 miliardi di dollari. Secondo funzionari statunitensi, la maggior parte di tale importo era attribuibile ai costi operativi per le forze schierate e non includeva i costi di riparazione o la ricostruzione delle basi militari statunitensi danneggiate durante il conflitto.
In ogni caso, la nuova richiesta di finanziamento rimane ben al di sotto della stima iniziale di 200 miliardi di dollari presentata dal Pentagono all'inizio della guerra. Essa giunge mentre alcuni legislatori continuano a mettere in discussione le basi giuridiche dell’intervento militare contro l'Iran.

Il 23 giugno scorso, il Senato aveva approvato per la prima volta una risoluzione sui poteri di guerra volta a bloccare un’azione militare statunitense contro l’Iran. La decisione arrivava mentre i legislatori osservavano con diffidenza gli sforzi del presidente Donald Trump per gestire un conflitto che l’amministrazione aveva scatenato di propria iniziativa e per il quale necessitava del sostegno finanziario del Congresso.
Si trattava del decimo tentativo del Senato di porre fine alla guerra e ha rappresentato una svolta sorprendente rispetto alle precedenti iniziative. La risoluzione era stata approvata con 50 voti a favore e 48 contrari; quattro repubblicani si erano dissociati dal proprio partito per sostenerla. John Fetterman, della Pennsylvania, era stato invece l’unico democratico a votare contro la risoluzione.

Sebbene la risoluzione abbia un valore prevalentemente simbolico e non abbia piena forza di legge, riflette le crescenti preoccupazioni di numerosi legislatori repubblicani, sia alla Camera che al Senato, riguardo sia alla guerra sia all’accordo stipulato da Trump con l’Iran per porvi fine. La Camera aveva già approvato la risoluzione all’inizio di questo mese.
Tuttavia, il colpo di scena era dietro l’angolo, i senatori repubblicani, duramente criticati dal presidente Donald Trump per la loro opposizione alla guerra in Iran, hanno votato nella tarda serata del 24 giugno per cercare di placarlo, respingendo la risoluzione sui poteri di guerra appena un giorno dopo l'approvazione. La mozione è stata bocciata con 47 voti favorevoli, 50 contrari e 1 astenuto poco prima della mezzanotte, e il Senato ha poi chiuso i lavori per una pausa di due settimane.
Tutto questo evidenzia il malcontento all'interno del Partito Repubblicano nei confronti di un conflitto divenuto profondamente impopolare tra gli elettori in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, nelle quali i repubblicani saranno chiamati a difendere la propria maggioranza al Congresso.
Il leader della maggioranza al Senato John Thune, senatore del South Dakota, ha dichiarato di attendersi una richiesta di spesa supplementare e di essere pronto ad elaborarla non appena verrà presentata. Gli Stati Uniti devono assicurarsi di fare tutto il possibile per ricostituire le proprie scorte di munizioni, ha affermato Thune.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, all’inizio di quest’anno funzionari della Difesa avevano avvertito che le risorse disponibili per le operazioni militari avrebbero potuto esaurirsi durante l'estate se il Congresso non avesse approvato in tempo una nuova legge di finanziamento.
L'ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, il mese scorso ha dichiarato ai membri del Congresso che potrebbe essere costretto a modificare i programmi di addestramento, operazioni o procedure di certificazione a causa di una carenza di fondi.
La proposta di finanziamento supplementare deve ancora essere approvata dall’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca prima di essere presentata al Congresso.
L’attuale budget del Pentagono per l’anno fiscale è di circa 1.000 miliardi di dollari, mentre il presidente Donald Trump ha richiesto uno stanziamento di 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027.

Alcuni giorni fa, Hegseth ha pubblicato un editoriale sul New York Post nel quale difendeva la “disciplina fiscale” del Pentagono sostenendo che la più grande minaccia alla sicurezza nazionale è il sottoinvestimento nelle spese militari.
Non ha fatto menzione della richiesta di finanziamento di 80 miliardi di dollari, ma ha sostenuto che la spesa per la difesa americana è fondamentale per garantire la stabilità economica nel Paese.

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