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Lorna Geremia

Lorna Geremia
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Bassanonet.it

Cinema

Oscar 2026: “Una battaglia dopo l'altra” vince come miglior film

Il film vincitore agli Oscar colpisce duro, ma la realtà fa ancora più male

Pubblicato il 25 mar 2026
Visto 2.584 volte

Recensione
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Con “Una battaglia dopo l'altra” Paul Thomas Anderson firma il suo decimo film e, finalmente, conquista un Oscar che ha il sapore di una consacrazione definitiva dopo anni di carriera. Non solo miglior film, ma anche regia e sceneggiatura non originale: un riconoscimento collettivo per il regista che ha diretto veri cult, come “Magnolia” e scoperto giovani talenti in “Licorice Pizza”.
Liberamente tratto da Vineland, il film segue la vita di Bob (Leonardo DiCaprio), ex rivoluzionario in fuga, costretto a riemergere dalla vita sotto copertura e sottotono quando
il colonnello Steven Lockjaw (Sean Penn) torna a dargli la caccia.

Al suo fianco, un improbabile alleato, il sensei messicano Sergio St. Carlos (Benicio del Toro) figura a metà tra maestro spirituale e criminale.
Sullo sfondo, da copione, abbiamo una storia d’amore tormentata, l’abbandono della compagna di Bob, in arte Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), nome indimenticabile per un personaggio altrettanto iconico. Perfidia sceglierà di rinunciare al ruolo di madre e compagna per continuare ad indossare gli abiti della rivoluzionaria e seguire la sua missione personale.
Come in tutte le favole moderne che si rispettino, l’archetipo del cattivo di turno, il “villain” malvagio e rozzo, spetta di diritto a Sean Penn, che per questo ruolo ha vinto il premio come miglior attore non protagonista.
Il colonnello Sean è un militare di estrema destra che incarna la paranoia istituzionale, una caricatura feroce del potere autoritario: mascella serrata, sguardo vitreo, un corpo sempre in tensione come se fosse perennemente sul punto di esplodere, è il simbolo di un sistema che si prende così terribilmente sul serio tanto da diventare una “macchietta”.
Tutti i personaggi sono volutamente grotteschi: DiCaprio, in versione “Drugo” che grida “¡Viva la Revolución!” scappando in vestaglia scozzese, così come Del Toro, un maestro Miyagi fuori asse, che nasconde famiglie intere di migranti che sbucano da ogni buco in casa.
Questa esasperazione è fondamentale per il parallelismoche ha creato il regista mettendo in scena conflitto sociale e la violenza degli Stai Uniti.
Anderson si spinge oltre il realismo, trasformando la storia in una “tragicommedia”, sarebbe infatti tutto estremamente al limite del ridicolo, se non fosse così maledettamente vicino alla realtà dei fatti.
One Battle After Another è, di fatto, un’opera politica che riflette, deformandola, la società americana, un racconto d’azione visto come un caos caricaturale.
Eppure, sotto la superficie iperbolica, batte un cuore sorprendentemente intimo: il rapporto tra Bob e la figlia Willa, fragile e imperfetto, che restituisce al film una dimensione. È lì che Anderson affonda davvero il colpo, mostrando come ogni battaglia ideologica sia, prima di tutto, una questione personale.

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