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Notizie · www.bassanonet.it

RADICI

Al servizio della ‘’verità’’

«Non dir cosa alcuna che non sia convalidata da autentici documenti»: il comandamento di Giambattista Verci

Pubblicato il 29 ott 2026 · Visto 147 volte

Aurora Bertollo · Contributor

Lasciandoci l’Ossario alle spalle e percorrendo in direzione del centro quella che un tempo era l’antica contrà Campofiore, incontreremo sulla sinistra un grande palazzo dalle tinte rosate. Tra due finestre timpanate del piano superiore, una piccola targhetta reca la scritta: «Qui nacque Giambattista Verci». Oggi quella via porta il suo nome, che non sopravvive soltanto nella toponomastica cittadina, ma continua a ricorrere, a più di duecentotrent’anni dalla sua prematura morte, nelle bibliografie degli studiosi che si dedicano alla storia dei nostri territori. La ragione è semplice: Verci fu uno degli innovatori della ricerca sul passato delle nostre terre, capace di riportare a galla innumerevoli documenti inediti che non sono fungevano solo da ornamento per le sue opere, ma viva testimonianza del rinnovamento storiografico del suo tempo.

La casa natale di Giambattista Verci.

Andiamo però con ordine, partendo dalla giovinezza di questo celebre bassanese che, stretto dall’ingombrante presenza di uno zio arciprete dall’atteggiamento piuttosto volubile, viene avviato alla carriera ecclesiastica, in seguito abbandonata per sposarsi. Si formò tra la città natale, Vicenza e Padova, ricevendo una formazione esemplare, comprendente lo studio dell’algebra, della geometria e della logica, ma anche del latino, della filosofia e della letteratura. Eppure, non sarà l’istruzione a far germogliare in lui l’amore per la storia, ma piuttosto la curiosità di scoprire sé stesso.

A quel ragazzo un po’ irrequieto che, come racconterà lui stesso, si era lasciato distrarre da certi romanzi ed era inciampato in alcuni «traviamenti della gioventù», frequentando conoscenze poco raccomandabili e dandosi al gioco d’azzardo, bastò infatti osservare un vecchio albero genealogico appeso alla parete di casa per comprendere che quello che voleva fare era indagare ciò che il tempo aveva nascosto.
Inizia così la sua caccia alla verità, tra polverosi archivi e carte dimenticate, alla ricerca di conferme sulle informazioni tramandate dagli antenati e sull’origine del suo cognome.
Inevitabilmente, quella ricerca finì per aprire un vero e proprio vaso di Pandora: dalla storia familiare passò ben presto ad approfondire il luogo che i suoi predecessori avevano abitato, pubblicando, nel 1770, il ‘’Compendio istorico della città di Bassano’’, e poi tornando sulla materia, con maggior consapevolezza ed esperienza, con ‘’Lettera di un anonimo al nob. Sig. G. B. Verci sulla origine di Bassano’’, e in seguito ‘’Dello stato di Bassano intorno al mille’’.

Non fu certo il primo a scrivere sulla fondazione della città, ma fu senza dubbio tra i più pericolosi, poiché mise in discussione convinzioni ormai consolidate, tramandate nel tempo e avallate da nomi illustri, attirando a sé non poche ostilità. Le sue colpe? Rifiutarsi di subordinare le proprie fatiche alla celebrazione dei fasti delle famiglie locali, come invece era frequente fare all’epoca; mirare con decisione a «rischiarar un punto della vecchia storia
sgombrando quegli errori che finora la tennero involta», ma soprattutto «voler separare il vero dal falso» rigettando tutti quei racconti che, inquinati di «passioni o di onore, o di odio, o di vendetta, o di adulazione», furono a lungo creduti. Uno degli esempi più noti, è sicuramente il lavoro revisionistico su colui che per molto tempo venne chiamato ‘’figlio del demonio’’, ovvero Ezzelino III.

Il suo interesse, tuttavia, non si arrestò alla semplice ricostruzione delle vicende cittadine. Era infatti come se, ogni cosa che il suo studio sfiorasse, aprisse nuove strade; come se non fosse mai sazio di conoscenza, con una curiosità in grado di autoalimentarsi. Scrisse quindi su umanisti, pittori, scultori, inventori, ma anche sul gioco degli scacchi, sulla poesia, sulla numismatica. Contemporaneamente, anche il suo sguardo geografico arrivava ad abbracciare territori sempre più ampi. La fatica della ‘’Storia degli ecelini’’, scritta in tre tomi, lo portò all’esplorazione, oltre che del vicentino, anche del padovano, del feltrino, del trevigiano e del veronese. Ecco, quindi, che poco dopo inizia a comporre la ‘’Storia della Marca trivigiana e veronese’’, fino a spingersi, secondo alcune testimonianze, a contemplare l’idea di una storia sugli imperatori austriaci, di cui tuttavia oggi non si ha traccia.

Ma il Verci non si limitò a raccontare: sull’esempio di Ludovico Antonio Muratori, tra i principali promotori del rinnovamento storiografico settecentesco, si addentrò negli archivi, raccogliendo, trascrivendo, pubblicando e quindi restituendo ai lettori una moltitudine di fonti antiche. E quelle vecchie carte, sopravvissute al tempo, si rivelarono per lui una doppia salvezza: da un lato, gli consentivano di difendersi da chi metteva in dubbio la veridicità delle sue affermazioni; dall’altro, rappresentavano una via di fuga, almeno temporanea, da una vita sempre più affannosa, segnata dalla malattia della moglie, dall’assenza di eredi e dalle accuse di aver sottratto del denaro al Monte di Pietà.
Nell’ultima opera pubblicata, dopo aver esplorato in lungo e in largo, nel tempo e nello spazio, il passato, Verci tornò a sé stesso con le ‘’Memorie intorno a la vita e a le opere di Giambattista Verci’’, scritte in terza persona. Qui è lui stesso a farsi fonte e narratore, raccontando, non senza una certa inclinazione difensiva, le proprie passioni e difficoltà, ma soprattutto l’operato di un uomo che, fin dall’inizio, aveva cercato di far luce sul mondo, ponendosi al servizio della ‘’verità’’.