Secondo un’analisi dell'UN Trade and Development (UNCTAD), le interruzioni nello Stretto di Hormuz potrebbero esercitare una pressione sproporzionata sulle imprese di minori dimensioni, che rappresentano il 70% dell'occupazione globale.
Le piccole e medie imprese (PMI) costituiscono circa il 90% delle aziende a livello mondiale, il 70% dell'occupazione e il 50% del PIL.
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GEOPOLITICA
Iraq, nuove rotte per il petrolio
Allo studio un nuovo oleodotto per collegare l’Iraq al porto siriano di Baniyas e diversificare le rotte di esportazione del greggio
Un lavoratore iracheno aziona delle valvole nel giacimento di Nihran Bin Omar, a nord di Bassora (550 chilometri a sud-est di Baghdad, in Iraq), il 12 gennaio 2017. (AP)
La necessità aguzza l’ingegno”, recita un detto popolare. E sembra essere proprio questo il leitmotiv che guida il governo iracheno nella ricerca di nuove soluzioni per far fronte alla riduzione delle esportazioni di greggio causata dalla crisi dello Stretto di Hormuz.
L'Iraq è infatti uno dei Paesi tra i più colpiti dal blocco dello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riportato dal quotidiano The New Arab, il ministro del Petrolio iracheno, Basim Mohammed Khudair, ha dichiarato il 5 settembre scorso che "l'Iraq sta lavorando alla creazione di un sistema di esportazione più flessibile, diversificando i punti di sbocco ed evitando di concentrare la maggior parte delle esportazioni petrolifere su un'unica rotta”.
Tra le ipotesi allo studio vi è quella di una rotta che permetta di raggiungere il porto di Baniyas in Siria. Il governo siriano di Ahmed al-Sharaa, in un momento delicato per il trasporto di petrolio greggio, potrebbe contribuire in modo significativo alla soluzione del problema mettendo a disposizione un corridoio terrestre attraverso il proprio territorio.
Esiste già un oleodotto che collega la regione settentrionale irachena di Kirkuk al porto mediterraneo siriano di Baniyas, ma è stato gravemente danneggiato dai conflitti in Iraq e Siria e non è più in uso regolare dagli anni Ottanta.
Secondo alcune fonti, il piano richiederebbe circa quattro anni per la realizzazione di una nuova infrastruttura, anziché il ripristino dell'oleodotto esistente, con un costo di almeno 15 miliardi di dollari. Sebbene il nuovo tracciato seguirebbe in larga parte quello storico Kirkuk-Baniyas, le sezioni ancora integre del vecchio impianto non sarebbero compatibili con le attuali specifiche tecniche e risulterebbero quindi inutilizzabili.
Il ministro iracheno Khudair ha spiegato che l'iniziativa, insieme ad altri progetti, è attualmente in fase di sviluppo da parte del ministero. Il nuovo impianto avrebbe una capacità di trasporto iniziale di 2 milioni di barili di greggio al giorno. La capacità del vecchio oleodotto, pari a circa 300.000 barili al giorno, rappresentava meno di un decimo del volume di petrolio esportato dall'Iraq attraverso lo Stretto di Hormuz prima della guerra con l'Iran.
Nel frattempo, il greggio iracheno viene già trasportato via terra tramite autocisterne attraverso il territorio siriano. Si tratta di una soluzione adottata in situazioni di emergenza: i costi sono più elevati e la capacità di trasporto inferiore rispetto a quella garantita da un oleodotto. Inoltre, difficilmente il trasporto su gomma potrebbe sostituire in modo permanente il sistema di esportazione marittima.
L'utilizzo del territorio siriano e del porto di Baniyas offrirebbe a Baghdad un'importante opportunità per diversificare le rotte di esportazione e ridurre i rischi derivanti dall'eccessiva dipendenza dagli sbocchi meridionali e dallo Stretto di Hormuz.
Anche Damasco avrebbe un interesse economico nel progetto. Una volta completata l’infrastruttura la Siria potrebbe beneficiare delle attività di trasporto e stoccaggio, dell’utilizzo di porti, dei servizi logistici e dei diritti di transito, mentre l'Iraq otterrebbe un ulteriore sbocco verso il Mediterraneo e verso i mercati europei.
L'Iraq ha inoltre riavviato le esportazioni di petrolio dai giacimenti di Kirkuk attraverso un oleodotto diretto al porto turco di Ceyhan, con una capacità prevista di circa 250.000 barili al giorno.
Per il progetto Iraq-Siria, resta la questione della sicurezza delle nuove infrastrutture, in particolare il rischio che possano essere attaccate da forze ostili. Un rischio tutt’altro che teorico, come dimostra quanto accaduto recentemente in Arabia Saudita, dove Riad è stata costretta a chiudere un importante oleodotto in seguito a un attacco condotto con droni lanciati dall'Iraq. Il governo iracheno ha confermato tali attacchi e ha ordinato un'indagine. L'oleodotto, lungo 1.200 chilometri, consentiva all'Arabia Saudita – il maggiore esportatore di greggio al mondo – di aggirare lo Stretto di Hormuz.
In precedenza, l'Arabia Saudita aveva accusato le milizie irachene sostenute da Teheran di aver preso di mira le proprie infrastrutture petrolifere.
Dal punto di vista della sicurezza, la situazione in Siria rimane instabile. In tutto il Paese possono verificarsi scontri e violenze, caratterizzati da un'elevato grado di imprevedibilità, inclusi attacchi di artiglieria e raid aerei. Alcune aree della Siria sono inoltre controllate da gruppi armati locali e sfuggono al controllo del governo siriano.
Gli scontri hanno talvolta provocato la sospensione temporanea dei voli commerciali, la chiusura di strade e di alcuni valichi di frontiera.